Open Biomedical Initiative è un’associazione attiva esclusivamente sul web e finalizzata alla progettazione e reingegnerizzazione di apparati biomedicali destinati a coloro che non hanno accesso a quelli tradizionali. «C’è ancora chi le chiama stampanti 3D – ha esordito Giancarlo Orsini, uno dei fondatori di Open Biomedical initiative – ma noi sappiamo che grazie a queste tecnologie profondamente innovative si riescono a realizzare cose impensabili fino a qualche anno fa».

Formazione

Uno degli obiettivi dell’associazione, oltre a fornire apparati biomedicali in tutto il mondo a chi non si può permettere quelli standard, è la formazione specifica nell’ambito della stampa 3D: «Se tu fornisci una protesi a una persona che non cammina, sicuramente fai qualcosa di socialmente utile. Se però tu le metti a disposizione tutte le conoscenze per costruirsela da sé fai molto di più», continua Orsini.

Fondata solo due anni fa, Open Biomedical Initiative può già contare su 7.000 volontari in tutto il mondo: «Ci piacerebbe installare una stampante 3D, magari proprio una Sharebot 42, in ogni luogo della Terra, per poi connettere in rete tutte le stampanti che abbiamo a disposizione».

Progetti

Al momento, Open Biomedical Initiative sta lavorando ad una protesi meccanica che con un minimo sforzo è in grado di sollevare una bottiglia d’acqua di 2 chili, ma anche a “Fable”, progetto che prende il nome da una bambina italiana e che consiste in una protesi stampata in 3D che funziona tramite sensori bioelettrici.

Lo scorso anno, alla Maker Faire di Roma, è stata poi presentata BOB”, la prima incubatrice stampata in 3D grazie alla tecnologia messa a disposizione da Sharebot. Un’ulteriore ricerca di Open Biomedical Initiative si concentra su un guanto riabilitativo che si pone come obiettivo quello di ridare la funzionalità della mano a bambini affetti da ictus.

«Questo non sarebbe possibile – conclude Orsini – senza la stampa 3D, che proprio per questo definisco la quarta rivoluzione industriale».

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